-WORK IN PROGRESS-

WORK IN PROGRESS - SPLINDERIANO REDIVIVO APPRODATO DI RECENTE SU BLOGGER, MOLTI LINK E VIDEO PRESENTI NEI VECCHI POSTO SONO CORROTTI/PERSI

mercoledì 18 gennaio 2012

Il mio 2011 in musica - pt.1 - NOMI NUOVI

In ritardo (e contrariamente alle mie abitudini) ecco che me ne esco con una lista guardando indietro al mio 2011 musicale...potrebbero seguirne altre...ma potrei anche smettere di scrivere tutto d'un tratto...

Il 2011 è stato un anno decisamente rivolto verso panorami sempre più elettronici (con particolare attenzione, come si vedrà, al bosco e al sottobosco musicale inglese).
Qui ci starebbe bene una lunga digressione sul concetto di musica, ma preferisco rimandarla a quando avrò voglia di scrivere un bel post logorroico; per ora mi limito a constatare come tutti i gruppi in questione condividano l'aspetto della ricerca timbrica (ormai uno dei più importanti in assoluto quando si parla di musica contemporanea), seppur in maniere e con risultati differenti tra loro...

Le 5 Rivelazioni
Nomi scoperti nel 2011 (che, nel corso dell'anno, abbiano rilasciato almeno un nuovo disco)
in ordine sparso (perchè sono pigro.)

- James Blake
Quello inglese è al momento uno dei panorami più in fermento nella scena europea, ed è proprio di Londra l'autore di quello che, secondo molti (incluso il sottoscritto), è uno dei migliori dischi dell'anno.
James Blake (nome dell'autore ET del disco) è stato etichettato come "post-dubstep", nuova e lacunosa definizione che accomuna artisti, a volte anche piuttosto distanti tra loro, in base a una presunta comunità d'intenti. A mio avvisto ci si sta semplicemente accorgendo che l'"elettronica", prima - e più - che un genere, è un approccio alla musica, che accomuna la stragrande maggioranza dei generi divenuti fortunati negli ultimi 10-20 anni; così, a mio avviso, "James Blake" non è un disco 'post-dubstep', quanto un disco di black music aggiornata all'era del minimalismo elettronico.
Cantante e tastierista (e si sente!) Blake costruisce delle armonie sorprendenti mantenendo l'equilibrio tra pochissimi elementi; timbricamente (ma suppongo sia una questione di gusti personali) trovo che questo sia il disco più sorprendente dell'anno; il minimalismo di Blake è a subito messo in risalto e portato alle sue estreme conseguenze; i pezzi sono costituiti da riff e loop scarni, che si inseguono e si danno il cambio, sui quali viene ripetuta una strofa (o, a volte, una frase); il tutto è sostenuto da un uso ricercatissimo di synth e filtri.
La frammentazione dell'armonia in tanti timbri diversi e distanti tra loro, fornisce il contributo fondamentale nell'operazione di reinvenzione e ristrutturazione di sonorità derivate dalla black music più classica, in particolare da Soul e Gospel.
La voce è usata come ennesimo elemento timbrico da distorcere; posta il più delle volte al livello di qualsiasi altro strumento, perde il ruolo solitamente affidatole in contesti di musica pop (uso il termine in senso esteso) divenendo parte integrante della struttura armonica e dell'impasto sonoro del brano.
Il singolo "The Wilhelm Scream" è un esempio perfetto del minimalismo dell'autore, uno dei  pezzi più scarni, pulsanti e ben riusciti del disco; "I Never Learnt To Share" è invece la cifra stilistica di Blake, probabilmente il pezzo più sorprendente e ricercato di questo grande album.


Oltre l'LP omonimo, nel 2011 Blake ha sfornato ben due EP, il primo: "Enough Thunder", intraprende una strada meno sperimentale e più cantautoriale, dando più spazio a suoni più  comuni; vanta inoltre un buon featuring con Bon Iver; il secondo invece: "Love What Happened Here", sembra invece un'uscita casuale, 3 tracce piuttosto mediocri di cui si poteva fare tranquillamente a meno!

Discografia:
- The Bells Sketch (EP) [2010]
- CMYK (EP) [2010]
- Klavierwerke (EP) [2010]
James Blake [2011]
- Enough Thuner (EP) [2011]
- Love What Happened Here (EP) [2011]





- St. Vincent
Al secolo Annie Erin Clarkcantautrice-polistrumentista americana che propone un avant-pop dal chiaro background prog-rock; 3 dischi che hanno spostato gradualmente le sue sonorità su una dimensione sempre più electro.
Se nel primo LP, "Marry Me", si era occupata di voce, chitarra, basso, piano, organo, moog, sintetizzatori, clavietta, xilofono, triangolo, percussioni e drum-programming, nell'ultimo si limita a voce chitarra e tastiere, rivendicando in particolare le sue radici da chitarrista e facendo dello strumento l'elemento trainante del disco, effettandolo fino a creare un'unica pasta sonora; risultato di questa ricerca è un convincente ibrido analogico-digitale.
I suoi pezzi, in continuo movimento, coniugano un electro-pop trascinante a variazioni e modulazioni da prog-rock, sorprendente l'uso abbondante di dissonanze e poliritmie, messe ulteriormente in risalto dal rapporto spesso contrappuntistico tra voce e musica.

Discografia:
- Marry Me [2007]
- Actor [2009]
- Strange Mercy [2011]


Notata in particolare grazie a questa piccolo sfoggio d'equilibrismo tra ballad eclettica e valzer:



- SBTRKT
Come James Blake, anche questo ragazzo è inglese, anche lui è al primo LP (anche questo dal titolo omonimo), anche lui viene etichettato come Post-dubstep.
Il disco [di] SBTRKT (che, in caso ve lo stiate chiedendo, non è altro che la parola SuBTRaKT privata delle vocali) è stato più volte accostato a quello di James Blake.
I due prodotti suonano in realtà in maniera ben distinta; tutt'al più si può dire che SBTRKT rappresenti l'altra faccia di Blake, quella più mainstream.
Tenendosi ben lontano dagli sperimentalismi del primo, SBTRKT - precedentemente noto come Aaron Jerome, autore del disco "Time to Rearrange", del 2008 - ha messo su un progetto di impronta più schiettamente elettronica rispetto a quello di Blake; dove il succitato cantante\compositore gioca con l'elettronica per riaggiornare un 'dizionario musicale' che esula dal genere, il DJ\Produttore usa l'elettronica per rielaborare l'elettronica stessa.
Il disco passa per i generi fondamentali dell'elettronica contemporanea - dalla 2step alla dance al dubstep, sempre con un occhio a qualche sonorità "ottanteggiante" - riproponendoli per come digeriti dall'orecchio dell'autore e riaggiornando e uniformando il tutto al suono dell'era post-dub.
Il disco è assolutamente easy listening, come si è detto, si tiene lontano da sperimentalismi di sorta e mostra un uso più canonico delle voci, qui tutte degli ospiti: Sampha (co-compositore di molte tracce), Little Dragon, Jassie Ware e Roses Gabor.
E' un'alternarsi di brani nei quali si passa da atmosfere dark\notturne ad atmosfere da club, passando per parentesi più radio-friendly e per altre più 'solenni'.


Discografia:
(Aaron Jerome)
- Time to Rearrange [2008]
(SBTRKT)
- 2020 (EP) [2011]
- SBTRKT [2011]





- Chase and Status
Ancora Londra, questa volta per via di Chase & Status, una delle realtà di maggior rilievo nel panorama elettronico, inglese e non solo.
Ad essere onesti, l'ultimo disco del duo, "No More Idols", uscito nel 2011, non è neanche lontanamente all'altezza del debutto "More Than A Lot", del 2008, ma è comunque un buon disco.
Non mi sento di stare bestemmiando quando dico che "More Than A Lot" sia riuscito a ridefinire un suono, partendo dalla D'n'B per approdare al Dubstep (che è solo D'n'B rallentata?), e che C&S arricchiscono ulteriormente con contaminazioni omni-direzionali, verso l'hip hop e il funk, l'acid house, la jungle, e così via, passando anche per qualche parentesi più esotica (si pensi alla dubstep orientalizzata di Eastern Jam, della quale, per la cronaca esiste anche una versione alternativa con featuring di Snoop Dogg).
Il secondo episodio, cadendo nel tranello di d'n'bdubstep, generi costantemente a rischio di ripetitività (specie il secondo) è più prevedibile e piatto del primo, pur non mancando di consegnare la sua quantità di brani più o meno vincenti.
Notevoli anche i remix del gruppo, su tutti il più noto è probabilmente quello di "No Good", che ha restituito nuova vita al brano, altrimenti piuttosto trascurabile, di Plan B.
"Vedere Chase & Status live" è stato aggiunto alla mia lista di cose da fare prima che sia troppo tardi!

Discografia:
- More Than a Lot [2008]
- No More Idols [2011]



- Dorian Concept
E, per finire, un artista che non ho ancora avuto modo di ascoltare in maniera completa e soddisfaciente, ma che è riuscito a colpirmi subito.
Dorian Concept (Oliver Tohmas Johnson), giovane musicista elettronico dai trascorsi pianistici, uno che la gavetta se l'è fatta in camera sua, fino a diventare un fenomeno e ad attirare l'attenzione della Ninja Tune, sembra essersi prefisso un obbiettivo: generare caos ordinato, programmato e programmatico, attraverso il quale erigere monumenti alla "nerd music". 
Synth e sample si inseguono, si frantumano, vengono troncati e distorti, si sommano, progressivamente si sovrappongono e, proprio quando sembrano sul punto di urlarsi sopra, all'improvviso divengono un tutt'uno perfettamente intelligibile. 
Questo carnevale di suoni da vita a ritmiche sorprendenti, tronche e in continua mutazione. 
La padronanza del mezzo è evidente, la struttura dei pezzi è molto curata e lascia qualche spiraglio a una linearità che li rende accessibili nonostante la bizzarria estetica; in questo groviglio di oscillatori e filtri riusciamo a distinguere linee melodiche e strutture armoniche.
Al 2011 risale il suo ultimo ep; il mio ascolto ha avuto inizio dai vari singoli e video youtube (in particolare quelli live da casa sua); catalizzata la mia attenzione è stato il turno del primo LP targato Ninja Tune: "When Planets Explodes" (fin'ora il disco che ho ascoltato meglio), seguito dall'ascolto dell'ultimo uscito "Her Tears Taste Like Pears"...ma ho ancora parecchia roba da recuperare; ad ogni modo l'impatto è garantito.

Discografia:
- Nouns and the Revelance of Wood (EP) [2005]
- Seek When Is Her [2006]
- A TrebleO Beat Tape (EP) [2008]
- Maximized Minimalization (EP) [2008]
- When Planets Explode [2009]
- Her Tears Taste Like Tears (EP) [2011]



...Da Tenere d'Occhio...
Ghostpoet
Ma torniamo in Inghilterra, dove, come si è visto, e come si sa, a dominare è la musica elettronica. Il dominio è così prepotente da riuscire a sporcare e trascendere qualsiasi suono un tempo estraneo all'elettronica.
Ghostpoet (Obaro Ojimiwe), è un rapper\produttore londinese che, uscendo quest'anno con il suo disco d'esordio "Peanut Butter Blues & Melancholy Jam", si è imposto subito all'attenzione degli appassionati.
Ghostpoet  può vantare una voce profonda, un flow avvolgente, lento e sofisticato e un evidente e ostentato rifiuto di atteggiamenti giovanilistici o modaioli.
E' con questo appeal che il rapper si divincola con scioltezza tra basi (di sua stessa creazione) che sintetizzano sonorità derivate dall'underground targato UK a un approccio figlio dell'hip hop del nuovo millennio.
Nonostante qualche ridondanza di troppo, il disco scorre bene, passando tra atmosfere notturne e fumose, scendendo sempre più a compromessi con sonorità pop, fino ad arrivare alla "deriva" pop-rock di "Liines" in chiusura.
Ascoltando i pezzi meglio riusciti, l'impressione è però, almeno in parte, quella dell'occasione sprecata; sarebbe infatti bastato poco a realizzare un disco molto più variegato, soprattutto per quanto riguarda certe basi.

Discografia:
-The Sound of Strangers (EP) [2010]
Peanut Butter Blues & Melancholy Jam [2011]




sabato 14 gennaio 2012

Back to my Trips

Previously on "Trip to No-Place"
"...blog?! ma vai a cagare tu e i blog! (Che non sono più di moda dal 2006) Devo laurearmi!"
"...cosa vuoi dire splinder sta chiudendo?...ah...e come si scrive?!"
"Il futuro della nazione è nelle nostre mani! Credo proprio sia ora di riprendere a scrivere su un blog!"



...Nel frattempo...da qualche parte...:
è il 2012, mi sono laureato, splinder è tornata alla polvere, io ho altro da fare...ma sono comunque su blogspot...o blogger...



Cosa Cambia:
anzitutto l'indirizzo, che da http://www.zensation.splinder.com (indirizzo scrivendo il quale, attualmente, si viene ridiretti su questa piattaforma...in futuro chissà) è diventato http://www.alsosprachzenn.blogspot.com quindi ora sono più figo.

A destra noterete, sotto l'elenco di film recensiti, due voci: TV Shows e Musica; quindi suppongo di voler sprecare del tempo anche parlando di questi "nuovi" argomenti.

A sinistra, sotto i vari elenchi Link (aggiornati) e i Commenti Recenti, ci sono anche i POST PIU' POPOLARI (Suppongo siano i più cliccati, dal momento che i più commentati, che io sappia, rimangono quelli dedicati a Drawn Together, Lost e Avatar...almeno credo!).

Per finire: essendomi appena trasferito da splinder, la maggior parte di video e link interni al blog sono andati persi; piano piano recupererò quelli fondamentali, ma di certo non tutto verrà recuperato; di certo nessuno dei trailer relativi a ogni recensione verrà ripubblicato.


Cosa NON cambia:
tutto ciò che è stato scritto\detto, risulta ancora scritto\detto

il doppiaggio è ancora la quint'essenza del Male

il mio avatar è sempre lo stesso.


...E Adesso...
aspettiamo, e il primo post arriverà...

lunedì 14 novembre 2011

bye bye splinder?

Gira voce splinder sia sul punto di chiudere...potrebbe essere tutta un'invenzione, come la mucca pazza, il buco dell'ozono o l'aids, ma potrebbe anche essere vero, fatto sta che backuppare il blog è un'operazione lunga e noiosa.
Per tutti quelli di voi che non dispongono di un servo (ma che, sia chiaro, dovrebbero rimediare a questa mancanza), esiste Download Them All, un plug-in per firefox in grado di scaricare di tutto e di più e, nel caso specifico, utile per salvare tutti gli archivi del vostro blog in html in un'unica operazione (che dura tra l'altro assai poco).
Nel caso non usiate firefox e non siate intenzionati a installarlo, la fatica e la noia sono ciò che vi meritate.

sabato 5 novembre 2011

Recensioni Ristrette pt.3


altre 4 recensioni ristrette causa tempo...

"A Dangerous Method" - durata: 99 min. genere: drammatico anno: 2011 paese: USA regia: David Croenenberg sceneggiatura: Christopher Hampton  cast: Michael Fassebender, Keira Knightley, Viggo Mortensen, Vincent Cassell, Sarah Gadon...

Quando a deludere è Croenenberg a me piange un po' il cuore...e con questo ho già detto la mia...ad ogni modo...
Il film prende le mosse dal caso Sabina Spielrein (Knightley), paziente con la quale Jung (Fassbender) ebbe una relazione, ma il vero oggetto della trama è il deterioramento del rapporto tra Jung e Freud (Mortensen).
Al di là delle pecche legate alla sceneggiatura, che principalmente sono riassumibili nell'estrema macchiettizzazione estrema dei personaggi, che mina inevitabilmente la credibilità del film, l'intera operazione è un disastro.
Croenenberg sembra completamente assente e ci consegna una regia da film-tv, gli attori se la cavano più o meno tutti nei loro ruoli privi di spessore, eccezion fatta per Keira Knightley, semplicemente insostenibile, spesso ai limiti del ridicolo. Il film sembra funzionare solo nelle sue brevi parentesi comiche, comunque lontane dall'essere "da antologia"!
Poco credibile, piuttosto insulso e abbastanza noioso, "A Dangerous Method" si lascia guardare senza lasciare assolutamente nulla.

VOTO: 2/5



"Carnage" - durata: 79 min. genere: commedia anno: 2011 paese: Francia, Germania, Polonia, Spagna regia: Roman Polanski sceneggiatura: Roman Polanski, Yasmina Reza cast: Jodie Foster, Kate Winslet, John C. Reilly, Christoph Waltz

Al ritorno di Polanski al cinema si sprecano gli applausi, ma c'è ben poco da applaudire!
"Carnage" è tratto da una piece teatrale (d'altro canto il film sembra strillarlo), è ambientato in un appartamento (in particolare in una stanza) dove 2 coppie di genitori (Foster e Reilly, Winslet e Waltz) discutono dopo che il figlio degli uni (Winslet e Waltz) ha colpito il figlio degli altri (Foster e Reilly), la discussione sembra non voler finire e si sposta su altri piani, i 4 rimangono intrappolati in un cul de sac di 79 minuti che pesano come fossero molti di più.
Si perchè Polanski è bravo alla regia, gestisce bene gli spazi e gli attori, il cast poi da un'ottima prova, ma il film è scontato e retorico all'eccesso. Dal primo minuto ci rendiamo subito conto dell'esito della vicenda: i 4 adulti regrediranno a livello infantile vivendo una giornata infernale, mentre i 2 ragazzini il giorno dopo si saranno già lasciati tutto alle spalle.
Ogni personaggio è vittima di una stilizzazione da fumetto, l'avvocato sempre attaccato al telefono, la borghese attenta all'etichetta, il sempliciotto ignorante e simpatico, la radical chic nevrotica, dire che tutto sa di già visto è usare un eufemismo. Lo scontro tra le due famiglie, chiaramente, passerà per diversi piani a scandire la loro regressione, partendo come uno scontro di classe tra le due coppie e finendo nel più (volutamente) infantile scontro di sessi.
Il fatto che il film sia tratto da una piece teatrale non giustifica i ritmi lenti e mal gestiti, i dialoghi infiniti, se non fossero recitati da attori in stato di grazia, sarebbero semplicemente ridicoli, e comunque non reggono per tutta la durata del film, reggono a malapena i primi 20 minuti!
Carnage ci dispensa dosi massicce di relativismo spicciolo e una morale dall'ovvietà sfiaccante e, nonostante la degenerazione dei personaggi sia graduale, questi punti sono chiari sin da subito.
La banalità del contenuto è superata solo dalla prevedibilità della sua "consegna"...
Non fosse per il cast sarebbe un film insostenibile.

VOTO: 2.5/5



"This Must Be The Place" - durata: 118 min. genere: drammatico anno: 2011 paese: Italia, Francia, Irlanda Regia: Paolo Sorrentino Sceneggiatura: Paolo Sorrentino, Umberto Contarello Cast: Sean Penn, Frances McDormand, Eve Hewson, Judd Hirsch, Kerry Condon, Harry Dean Stanton, Joyce Van Patten, Olwen Fouerè, Shea Whigham, David Byrne

Cheyenne (Penn) è una rockstar tramontata degli anni '80; un uomo la cui sensibilità e il cui infantilismo sono difficilmente distinguibili, schiavo del suo vecchio "costume di scena" (che chiaramente non è mai stato limitato alla scena), vive una vita piatta a Dublino.
Alla morte del padre decide di rintracciare l'ex ufficiale nazista che, durante la seconda guerra mondiale, lo aveva umiliato in un campo di concentramento; inizia così un viaggio on the road in America.
Sorrentino rovina un soggetto potenzialmente interessante scrivendolo e dirigendolo.
Anche qui ci troviamo davanti dei personaggi di un vuoto e di un'ovvietà sconvolgente ai quali il regista "regala" dei dialoghi pietosi.
"This Must Be The Place" è uno dei film più pretenziosi degli ultimi tempi, Sorrentino, completamente preso da se stesso, si concentra nel costruire scene e movimenti di macchina più o meno suggestivi, ma completamente vuoti, e costruisce un film accostando quadretti sconclusionati e derivativi, visivamente curati, a volte ai limiti del fotografico, ma del tutto superficiali e privi di qualsiasi interesse.
Molti momenti sono poi carichi di un pathos completamente ingiustificato e tanto fuori luogo da renderli ridicoli, se non fosse che la noia prevale con una prepotenza tale da togliere qualsiasi voglia di ridere.
Poco altro da aggiungere: 2 ore di Sean Penn che recita in falsetto e sopra le righe mentre la macchina da presa si compiace di se stessa alquanto arrogantemente.
Fallimento su tutti i fronti.

VOTO: 1,5/5



"Melancholia" - durata: 130 min. genere: drammatico anno: 2011 paese: Danimarca, Germania, Francia, Svezia regia&sceneggiatura: Lars Von Trier cast: Kirsten Dunst, Charlotte Gainsbourg, Kiefer Sutherland, Alexander Skarsgard, Charlotte Rampling, John Hurt, Stellan Skarsgard, Brady Corbet, Udo Kier, Jesper Christensen...



Von Trier ci porta in un doppio giro di giostra, due sorelle, due vicende: nella prima parte del film seguiamo i festeggiamenti del matrimonio di Justine (Dunst), nonostante qualche inceppo sembra tutto più o meno funzionare, poi, proprio all'ultimo, la coppia appena sposata si lascia; nella seconda parte del film Claire (Gainsbourg) teme per il passaggio del pianeta Melancholia accanto al nostro, la vicinanza dei due potrebbe causare l'annientamento della Terra; il pianeta segue la sua traiettoria e inizia ad allontanarsi, tutto sembra andare per il meglio, senonchè, il giorno dopo, Melancholia è nuovamente in avvicinamento, e alla terra rimangono solo poche ore di vita.
Costruito superbamente, il film mette a confronto le figure delle delle due sorelle, la prima, sopraffatta dalla vita e dagli artifici attraverso i quali si tenta di darle un senso, cede sotto il peso dell'esistenza, ma convive con l'incombenza della fine; la seconda, che senza quegli stessi artifici di cui sopra è incapace di vivere come di morire, è sopraffatta dalla morte, e cerca invano di darle un senso attraverso gli stessi meccanismi di ritualizzazione coi quali ha tentato di dare un senso alla sua vita.
Allo stesso modo John, marito di Claire, studioso d'astronomia, farà le veci della scienza, rimanendo sopraffatto dall'impotenza di fronte a situazioni inevitabili, mentre Leo, figlio dei due, ignaro della portata di quanto sta accadendo, è l'ultima immagine di serenità che ci regala il film.
Suggestivo sin dalla sequenza iniziale: sogno premonitore di Justine nel quale, come lei affonda nella terra, la terra affonda in Melancholia.
E' più spaventosa l'inescrutabilità dell'esistenza o l'inevitabilità della morte? E' meglio sapere o non sapere? Attraverso queste domande "Melancholia" si propone come un'amara riflessione sull'attaccamento alla vita e sul suo valore.
La camera a spalla che si muove tra i personaggi riporta con la mente al dogma, ma non ci si priva di una buona fotografia, di immagini suggestive e di un accompagnamento musicale sontuoso (Wagner). Anche in sede di montaggio Von Trier rifiuta compromessi e dispensa jump-cut e irregolarità temporali.
Evidentemente curato nella simbologia sottostante la sua costruzione, "Melancholia" è un punto d'incontro perfetto tra un'autorialità dura e una visionarietà potente e suggestiva (che meriterebbe un'analisi ben più lunga e accurata di questa).
Stupendo.

VOTO: 4/5



[youtube http://www.youtube.com/watch?v=wzD0U841LRM]

domenica 5 giugno 2011

Zenn FM returns: The Streets - "Outside Inside"


non ho tempo per fare nulla come si deve...non ho tempo di scrivere altro...non ho tempo di specificare che sto cercando di finire gli esami e laurearmi...




(Wake up and smell the coffee)
Stirring a word the conversation obsurd
Like the herbs of work their pattiences and concured
Wake up and smell the coffee
Light up and dwell the offerings
Drink with a thinking pinch
Sit with a kitchen sink

The world is outside but inside warm
Inside informal outside stormy inside normal

Back to the time skip it on it's bullocks
Rome to the oven turn it off it's on
Skin a racket fag I'm gone
What are we waiting for mate
Let's wait to the place
Cause it's all a bit late
And were all in a bit of a state
Weed makes me not want to be in new places fight it!
Stare at the same tv watching the torrent like it

The world is outside but inside warm
Inside informal outside stormy inside normal

The fossil-ed remains of locked of ancient ways
Are buried or lost in every of my mates brains
But I can't find it because they like blazing
Solving that problem brings priests and doctors and poets maybe
And hot overclocked brains
I'm not over shocked blotto or of my rock place
I got their at lunchtime
I was still their at 8
Next they were turning chairs onto the table at my place
Psychedelic cycle get it?
Ride all wet
Arrive a bit sketch
But I like bedding

The world is outside but inside warm
Inside informal outside stormy inside normal

The world is outside but inside warm
Inside informal outside stormy inside normal

The fossil-ed remains of locked of ancient ways
Are buried or lost in every of my mates brains
But I can't find it because I like blazing!
Solving that problem can be quite amazing

The world is outside but inside warm
Inside informal outside stormy inside normal 

lunedì 4 aprile 2011

Boris - il film


"Boris - Il Film" - durata: 108 min genere: commedia anno: 2011 paese: Italia regia&sceneggiatura: Giacomo Ciarrapico, Mattia Torre, Luca Vendruscolo cast: Francesco Pannofino, Caterina Guzzanti, Pietro Sermonti, Alessandro Tiberi, Carolina Crescentini, Paolo Calabresi, Ninni Bruschetta, Roberta Fiorentini, Alberto Di Stasio, Antonio Catania, Carlo Luca De Ruggieri, Luca Amorosino, Massimiliano Bruno, Karin Proia, Eugenia Costantini, Giorgio Tirabassi, Monica Samassa, Claudio Gioè, Valerio Aprea, Massimo De Lorenzo, Andrea Sartoretti, Paolo Bontempi.

Chi non conosce "Boris"?...bhè in realtà un sacco di gente non conosce "Boris", telefilm prodotto da sky, probabilmente il migliore prodotto in italia (a mio avviso anche più che probabilmente).
La serie, seppur non diffusa a livello universale, ha una gran fetta di pubblico e narra le vicende di un regista (Renè Ferretti, interpretato da Pannofino) di soap che spera costantemente in un'occasione di "redenzione" da tutto lo schifo che gira e ha girato, ma che non ne trova mai perché in Italia si produce solo merda, perché costa di meno e fa più comodo su vari livelli.
Il film, attesissimo da tutti i fan (me incluso) è finalmente uscito, dopo mesi e mesi di incertezze, il 1° aprile.
La sensazione che si ha dalla visione è effettivamente quella del pesce d'aprile.

Come ogni serie alla quale segue un film, anche qui ci troviamo davanti a un episodio lunghissimo, anzi, per essere precisi, a una serie cortissima.
Tutto quello che potrebbe avvenire in una serie di boris è concentrato in questo lungometraggio: dal nuovo progetto - questa volta cinematografico - in cui Renè inizia a credere, alle disavventure, produttive e non, che lo porteranno a essere una cagata, al passaggio definitivo dall'essere un film "impegnato" al diventare un "cinepattone".
I personaggi ci si palesano davanti dal nulla, come avverrebbe nella serie, senzaq inroduzioni di sorta, hanno persino delle piccole vicende personali, poco curate e poco divertenti, insomma: "Boris - il film" potrebbe tranquillamente essere la quarta serie di "Boris" e, come molte quarte serie, lascia parecchio a desiderare (lo avevano detto nell'ultima serie: mai andare oltre la terza!).

La trama è ormai così schematica da essere noiosa, le gag vanno a diminuire in numero e in efficacia per farle spazio, senza contare come siano fondamentalmente tutte riciclate dalle 3 serie del telefilm.
Il film vuole mostrare come il mondo del cinema sia anche peggio di quello della televisione, ma in realtà si direbbe semplicemente che i due mondi siano la stessa identica cosa in quanto le critiche e le 'provocazioni' (molto poco provocatorie questa volta) mosse sono sempre le stesse, e sono mosse sempre nei confronti delle stesse persone, seguono sempre lo stesso schema.
Ogni personaggio continua il proprio ruolo senza proporre niente di nuovo, tolto forse uno Stanis che, portato veramente alla follia esasperata, finisce col non far neanche più ridere.
I personaggi della serie ci sono stati infilati tutti a forza, tolto Guzzanti, che magari avrebbe saputo regalare qualche sorriso in più; in compenso c'è un cameo tristissimo di un Frankie Hi-Nrg mc (che in meno di 30 secondi non riesce a rimanere serio neanche per 5) di cui non si sentiva veramente il bisogno.

Se tra una serie e l'altra "Boris" è sempre riuscito ad apportare un qualche elemento di novità e a proporsi come divertentissima "tragicommedia", impreziosita da fotografia e regia ben superiori a quelle del prodotto televisivo italiano medio, il film fallisce miseramente sotto tutti i fronti:
I meccanismi di monotonia e ripetitività delle gag di ogni personaggio ricordano più "Zelig" o "Colorado Caffè" (a voi stabilire quale dei due programmi sia il peggiore) e le pretese di serietà e disfattismo puzzano qui di operazione puramente commerciale nel loro ammiccare a una nicchia di pubblico ormai ammaestrato.
A questo aggiungo che, se la fotografia non cambia praticamente di una virgola, la regia e il montaggio sono ai limiti del pietoso, fanno quasi urlare allo scandalo, tra continue, immotivate (e comunque orrende) dissolvenze in nero, jump-cut chiaramente accidentali stacchi bruschi e un'imperizia assoluta e deliberata nella composizione di ogni scena, ma soprattutto ci tengo a sottolineare come tutti questi dettagli mi siano saltati all'occhio in particolare grazie a una trama noiosa e prevedibile che mi ha lasciato (soprattutto in quanto fan della serie) con l'amaro in bocca e tutto il tempo del mondo per notarli.
Chiunque abbia sperato che Boris sarebbe stato per il cinema quello che è stato per la televisione rimarrà deluso nel rendersi conto che, come per la maggior parte delle pellicole italiane, anche in questo caso a mancare è la capacità di costruire un qualcosa di cinematograficamente edificante (o quantomeno sensato) e in grado di attirare grande pubblico.
L'impressione in sala poi, come da manuale, è quella della risata "preregistrata" di un pubblico che, essendo seguace della serie, aveva deciso in anticipo che il film sarebbe stato divertente.
Qualsiasi altro film del genere passerebbe inosservato, forse prenderebbe anche dei fischi (e a ragione), in questo caso, se sul passare inosservato non v'è dubbio, non mi stupirei se la gente iniziasse a dire che "è fatto a cazzo di cane a posta!" (che tristezza).
Qualche gag funzionerà anche, ma si contano sulle dita di una mano, da "Boris" ci si sarebbe dovuto aspettare qualcosa di moooooolto di più di questo pasticcio.

Se non altro non c'è nessuna quarta serie in cantiere, e, a malincuore (ma veramente), spero non cambino idea, perché è evidente come non abbiano più nulla da dire

Per concludere: banale, noioso, fatto coi piedi (e ci si sono messi in 3!), risate ai minimi storici, qualche sorriso qua e là. La sorpresa sta nel palesarsi dell'atteggiamento di arroganzaipocrisia dei creatori che, nel tentativo disperato di denigrare la mentalità e la mediocrità cinematografica italiane fino all'esasperazione, finiscono col fornircene un esempio perfetto.
Insomma: hanno fatto l'"Impepata di cozze"!

deluso, deluso, deluso e ancora deluso.

VOTO: 2/5

giovedì 24 marzo 2011

Recensioni Ristrette pt.2


Continuo nell'operazione iniziata nel post precedente:


"Buried - Sepolto" ("Buried") - durata: 94 min. genere: Thriller, Drammatico anno: 2010 paese: Spagna, Australia regia: Rodrigo Cortés sceneggiatura: Chris Sparling cast: Ryan Reynolds

1 attore davanti alla videocamera tutto il tempo, 1 location: una bara.
Impressionante film dai dichiarati echi Hitchcockiani (e lo si capisce dai titoli di testa, citazione chiara e inequivocabile), un'autentica scommessa, difficilissima da vincere, ma stravinta.
Il film inizia con un uomo che si sveglia in una bara, sepolto vivo, senza sapere dove si trovi o per quale ragione sia in una situazione del genere; con sè ha solo una torcia, un telefono e poco altro; un telefono, perchè lo sventurato è sì sepolto, ma non troppo in profondità, e per 1 ora e mezzo sarà costretto a telefonare nel disperato tentativo di essere salvato.
Buried è molto più che un semplice thriller riuscito a perfezione, è uno di quei rarissimi film che riesce a impastare una trovata e una struttura avvolgenti con delle tematiche di attualità; uno di quei rarissimi esempi di film che riescono a farti comprendere la guerra quasi empiricamente, pur senza mostrarla neanche una scena, e nel farlo eguaglia un titolo del calibro di "Redacted".
Toccare tali argomenti con tale pathos senza risultare patetici o "furbi" non è cosa facile ma, per quanto mi riguarda, Cortés riesce in pieno nell'operazione.
Chiunque creda non sia possibile costruire una regia vincente, con tanto di movimenti di macchina che hanno dell'acrobatico, all'interno di una cassa, troverà in questo film prova del suo errore di giudizio.
A voler trovare un difetto possiamo dire che "la scena del serpente" (sì! Dopo "Il Grinta" mi ritrovo a utilizzare nuovamente la stessa espressione nel giro di due post...) è forse l'unica leggermente di troppo, e che non conribuisce a tenere alta la tensione, forse la rompe per un secondo, ma senza per questo ledere minimamente la riuscita del tutto. Uso la parola "forse" perchè è pur vero che per giocare con gli stati d'animo bisogna saper dosare la tensione.
Il finale è semplicemente perfetto, Cortès sembra qui volerci ricordare - in questi tempi in cui impressionare senza effetti speciali, 3d o quant'altro, sembra esser diventato impossibile - il significato dell'espressione: "mozzafiato".
Lo stesso Hitchcock invidierebbe un risultato del genere.
Avrebbe meritato nomination e statuette molto più di tanti film in lizza.

in 3 parole: da panico; letteralmente.

VOTO: 4/5




"Il Discorso del Re" ("The King's Speech") - durata: 111 min. genere: Storico, Drammatico anno: 2010 paese: UK, Australia regia: Tom Hooper sceneggiatura: David Seidler cast: Colin Firth, Geoffrey Rush, Helena Bonham Carter...

"principa balbuziente (Firth) diventa re proprio allo scattare del secondo conflitto mondiale, si fa aiutare da un professionista nel campo (Rush) a pronunciare il suo discorso alla nazione"; questa la trama del film, che a tratti sembra voler essere un "My Fair Lady" visto allo specchio, disegnandone una sorta di percorso opposto.
Il personaggio di Rush tenta di 'ammorbidire' il suo paziente, diventarne amico, liberarlo dal peso dell'"etichetta" e fargli capire quanto il suo vissuto e la sua personalità siano alla base delle sue difficoltà espressive, offrendogli un aiuto "non convenzionale" in quanto non concentrato solo sull'aspetto 'meccanico' del problema.
Di 'nuovo' o di 'originale' in questo film non vi è nulla, è la più classica delle storie narrata nel più classico dei modi, fotografia e regia sono solenni, a tratti pittoriche e manieriste, e aiutano a contestualizzare la vicenda.
Il punto forte di quella che, un po' per forza di cose, un po' per scelta furba, è un'opera estremamente teatrale, sono naturalmente gli attori (il cui lavoro, al solito, è completamente annullato nella versione doppiata, che mi è capitato di vedere dopo aver visto l'originale).
Tutto il film trova un suo senso e una sua collocazione solo in funzione del discorso finale, per il resto si seguono i libri di storia.
Rush, senza nulla togliergli, vive di rendita grazie a un personaggio un po' troppo facile e che, aiutato dalla vicenda, va a rievocare le prime diffidenze nei confronti della psicanalisi, quest'ultima non è mai citata ma è un'ombra onnipresente lungo la durata del film, che finisce col sottoporci il protagonista come un paziente da osservare, forzandoci dalla parte del personaggio dallo spirito più "illuminista", arrivato da lontano (dall'Australia per la precisione) a portare una ventata Freudiana in quello che ci viene descritto, in maniera a tratti divertita, ma a tratti un po' troppo arrogante, come un mondo residuo di culture antiche, superate, "inette".

Fatto, quest'ultimo, curioso se si pensa che ci troviamo innanzi a un film talmente classico da rappresentare a sua volta l'ombra di un'idea di cinema anche questa ormai superata, un po' antica nel suo ostentato classicismo.
Firth si è preso un oscar meritato, vincendo su un Jeff Bridges ("Il Grinta") che però, va ricordato, non ha proprio nulla da invidiargli.
Hooper ha invece rubato clamorosamente l'oscar ad Aronofsky con un film che, per quanto valido, non è neanche lontanamente all'altezza de "Il Cigno Nero" (del quale avrò modo di parlare in un'analisi ben più lunga di questa).
Tuttavia, considerando che è di Oscar che parliamo, premio senz'altro prestigioso, ma dalla valenza più che dubbia, e che l'anno scorso a vincere era stato il triste "The Hurt Locker", credo che quest'anno non ci sia così tanto da lamentarsi in quanto ci troviamo innanzi a un film più che valido.

Versione italiana da evitare.

in 3 parole: non supera le aspettative, ma neanche ci prova.

VOTO: 3/5


"127 Ore" ("127 Hours") - durata: 90 min. genere: Drammatico anno: 2010 paese: UK regia: Danny Boyle sceneggiatura: Danny Boyle, Simon Beaufoy cast: Jess Franco.

"Ma che fine ha fatto il regista di 'Trainspotting'?" potrebbe chiedere uno spettatore che non ne consoce nome e cognome...eh sì perché dall'epoca del glorioso film che, a ripensarlo adesso, mi vien da dire debba molto più al romanzo Irwine Welsh che non al suo regista, Boyle si è esibito in una serie di film che tutto sommato non dicono niente.
Con questo non si dia per scontato che si tratti in ogni caso di film "osceni"...più che altro di film anonimi!
E questo è veramente strano se si pensa a quanto impegno ci metta Boyle nel tentativo di essere il fattore più importante di ogni suo film, e forse è proprio qui il problema, la regia non si limita a sfiorare l'esibizionismo, ce ne da un breve saggio.
"127 hours" è la vera storia del ragazzo, un po' sfortunato un po' sprovveduto, ritrovatosi con il braccio bloccato tra una parete rocciosa e una roccia franatagli addosso, che ha finito col tagliarsi via l'arto.
Jess Franco si impegna, e i risultati ci sono, l'attore svolge bene il suo ruolo tenendo banco sostanzialmente da solo per l'intera durat del film; Boyle tenta di giustificare l'impianto canonico del film "a flashback" con un'infinità di effetti "videoclippari" di rara efficacia.
Se il tentativo può sembrare vagamente sul trend di "Buried", il risultato non è per nulla all'altezza (d'altro canto la forza di "Buried" sta, almeno in parte, proprio nell'assenza di flasback), tuttavia non ci si annoia troppo, ma l'unico momento riuscito sembrerebbe essere il momento dell'amputazione.
la presenza della videocamera con la quale il protagonista si filma mentre tenta di mantenere la calma con risultati alterni, e la conseguente dimensione "metacinematografica" evidentemente agognata da Boyle sono inutili e aggiungono pressocchè nulla al film.

in 3 parole: film da una botta e via

VOTO: 2/5


"Incontrerai L'Uomo dei Tuoi Sogni" ("You Will Meet a Tall Dark Stranger") - durata: 98 min. genere: Commedia paese: USA, Spagna anno: 2010 regia&sceneggiatura: Woody Allen cast: Naomi Watts, Anthony Hopkins, Josh Brolin...

Chiunque conosca me o questo sito sarà ormai a conoscenza del fatto che Woody Allen è, da queste parti, un nome intoccabile data la mia totale "devozione" nei confronti di quello che considero uno degli autori più importanti di sempre.
E' quindi col cuore in mano e quasi con le lacrime agli occhi che mi trovo costretto a parlare di quello che, senza ombra di dubbio, è il peggior Woody Allen di sempre.
"You Will Meet a Tall Dark Stranger", film, come al solito, largamente anticipato, è una delusione totale sotto tutti i punti di vista.
Eh sì perchè che Allen sia bravo alla regia e che sappia scrivere non lo mette in dubbio nessuno, ma la pesantezza di questo film supera ogni aspettativa!
Ho già parlato in più occasioni di quel tragitto filosofico che Allen ha tracciato nei suoi ultimi film, e avevo già espresso le mie riserve ai tempi di "Whatever Works"; in questo caso il regista ha ben pensato di girare un secondo "Vicky Christina Barcellona", privo dell'imponenza, della bellezza e della natura sofisticata e delicata del primo.
"La vita è inutile, tutto è nulla, di conseguenza godetevi questo giro di giostra senza chiedervi per chi o per come, perchè questo film non parla della vita, questo film è la vita." Questo voleva essere il discorso sotteso a "Vicky Christina Barcellona" appena accennato in una battuta.
Qui il discorso è lo stesso, esattamente identico; a differenza che nel caso precedente, Woody ci rende partecipi a pieno titolo di quest'idea nella prima battuta del film, una battuta in fuori campo, che vorrebbe fare da commento e dichiarazione d'intenti al film.
Se il fatto che Allen abbia deciso di fare due film, sotto quest'aspetto, identici è una deludente sorpresa le cui avvisaglie erano già presenti nel precedente "Whatever Works", a peggiorare il tutto interviene un cast che offre una prova insipida, il soggetto è banale e lo sfottò nei confronti di superstiziosi e cartomanti è tanto ovvio quanto inutile, persino fastidioso.
La visione non lascia assolutamente nulla.

in 1 parola: disastro.

VOTO: 1,5/5

(Ma sono certo che il buon Woody saprà come rifarsi.)